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Governo, le riforme: poteri e risorse a Roma. Sul presidenzialismo apertura alle opposizioni #adessonewsitalia

Presidenzialismo, autonomia differenziata e soprattutto la svolta per Roma Capitale. Tra i paletti affondati da Giorgia Meloni nel discorso programmatico tenuto ieri a Montecitorio, alcuni dei più profondi riguardano senza dubbio le riforme. Fratelli d’Italia del resto – al pari della Lega per quanto riguarda l’autonomia – ne ha fatto una battaglia identitaria. Non a caso nel nuovo governo la delega è stata scorporata per tornare ad essere a sé stante e affidata ad una figura autorevole di cui Meloni si fida, come l’ex presidente del Senato Elisabetta Alberti Casellati. 

APPROFONDIMENTI

Letta: «Meloni vuole i condoni, ci opporremo. Salario Minimo? È necessario»

IL MODELLO

La leader di FdI ieri ha posto innanzitutto l’accento sulla «madre di tutte le riforme», cioè il presidenzialismo. «Vogliamo partire dall’ipotesi di semipresidenzialismo sul modello francese – ha spiegato – che in passato aveva ottenuto un ampio gradimento anche da parte del centrosinistra, ma rimaniamo aperti anche ad altre soluzioni». Per provare ad arginare i “no” delle opposizioni, l’idea è quindi di non affidare tutti i poteri ad un Capo dello Stato eletto dagli italiani, ma affidargli solo una parte del potere esecutivo (pur non necessitando di un voto di fiducia da parte dell’assemblea). Un modello che prevede però, anche la presenza di un esecutivo guidato da un premier, il quale deve invece ottenere la fiducia. Una soluzione «mediana» come chiarisce con soddisfazione la ministra Casellati intercettata ieri a Montecitorio: «Parlando del modello francese Meloni ha compiuto un’apertura all’opposizione che potrebbe funzionare». Per il momento però la necessaria disponibilità al dialogo su una riforma di questo tipo è arrivata solamente da Azione-Italia Viva. Anzi se il Movimento 5 stelle si continua a mostrare titubante, con il segretario Enrico Letta, il Partito democratico è stato più netto: «Saremo contrari al suo disegno presidenzialista» ha detto durante l’intervento per la dichiarazione di voto. 

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Tant’è che la premier non ha mancato di ricordare che sarebbe in realtà pronta a fare da sola. «Vogliamo confrontarci su questo con tutte le forze politiche presenti in Parlamento» ha spiegato, prima di chiosare: «Ma sia chiaro che non rinunceremo a riformare l’Italia di fronte ad opposizioni pregiudiziali. In quel caso ci muoveremo secondo il mandato che ci è stato conferito su questo tema dagli italiani». Si tratterebbe però di una forzatura sulla Carta che rischierebbe di aprire un fronte conflittuale insanabile, archiviando in maniera definitiva l’ipotesi di una commissione bicamerale. 

Restando su un ipotetico fronte conflittuale va registrato il silenzio della Lega. Più concentrati sull’autonomia differenziata, diversi parlamentari di via Bellerio non hanno digerito né il distinguo meloniano che ha promesso di completare la riforma «parallelamente» a quella presidenziale (per cui i tempi sono lunghi), né lo scarso spazio dedicato al punto. 

LA CAPITALE

Più marcato il passaggio sul completamento del «processo per dare a Roma Capitale i poteri e le risorse che competono a una grande capitale europea». L’iter da questo punto di vista del resto è già piuttosto avanzato. Lo scorso giugno la Commissione Affari costituzionali della Camera ha infatti elaborato un primo testo (condiviso da tutte le forze politiche) che è poi arrivato in Aula appena prima che arrivassero le dimissioni di Mario Draghi

Si ripartirà quindi da qui, e cioè dal riconoscimento a Roma Capitale di «forme e condizioni particolari di autonomia normativa, amministrativa e finanziaria» (nella versione attuale all’amministrazione capitolina non è concesso potere legislativo), che la equiparerà di fatto alla Regione Lazio sottraendole gran parte dei poteri, eccetto che per la gestione della Sanità. 

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